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| "La storia siamo noi", |
15 ottobre 1967: il calciatore Luigi Meroni, la farfalla granata del Torino, muore investito da un’auto.
A quaranta anni dalla sua scomparsa, Giovanni Minoli ricostruisce la storia de “Il ragazzo che giocava un altro gioco” attraverso i racconti di parenti e amici, ma anche di giornalisti e compagni di squadra.
Nando dalla Chiesa, biografo di Meroni: “Ha rappresentato lo spirito della generazione della metà degli anni Sessanta che si preparava ai grandi cambiamenti dei costumi e della mentalita. Lui ha preceduto quella generazione sul campo di calcio”.
Rai Educational presenta per la serie “La Storia siamo noi”, “Gigi Meroni: il ragazzo che giocava un altro gioco” di Felice Pesoli, in onda lunedì 15 ottobre alle ore 23.30 su RaiDue.
Anticonformista, artista eccentrico, incurante delle regole sul campo da gioco come nella vita.
Piu’ gli dicevano di tagliarsi i capelli, di adeguare il suo aspetto e la sua condotta all’Italia borghese degli anni Sessanta, piu’ lui, rinunciando perfino alla convocazione in nazionale, andava dritto per la sua strada. Amato e odiato, Gigi Meroni, “La farfalla granata” del mitico Torino, e’ scomparso la notte del 15 ottobre del 1967.
Vittima di un tragico incidente, fu investito dalla macchina di uno dei suoi piu’ sfegatati fan.
A quaranta anni dalla sua scomparsa Giovanni Minoli ricostruisce la storia di Meroni, “Il ragazzo che giocava un altro gioco”, attraverso il ricordo del fratello Celestino e della sorella Maria, degli amici e dei compagni, ma anche del biografo Nando Dalla Chiesa e dei giornalisti che lo hanno conosciuto. Una descrizione che va oltre il pallone, che parte dall’”universita’ del calcio”, come gli amici avevano soprannominato l’oratorio di San Bartolomeo in cui lo stesso Meroni si allenava, per investigare la sua sfera privata attraverso le parole della “bella dei luna park”, Cristiana Understadt, la sua compagna di vita.
Nando Dalla Chiesa, biografo di Gigi Meroni: “Ha rappresentato una generazione e lo spirito di quella generazione della meta’ degli anni Sessanta che si preparava ai grandi cambiamenti dei costumi e della mentalita’. Lui ha preceduto quella generazione sul campo di calcio, in uno degli ambienti piu’ conformisti per definizione. Senza portare nessun messaggio politico.
L’immagine della farfalla granata e’ l’immagine di un giocatore che sembra quasi volare sull’erba. Era un artista in tutti i sensi”. Contestatore irriverente, giocatore capellone, quinto Beatles dai capelli troppo lunghi e dalla barba incolta troppo simile a Che Guevara. Eccessivamente disordinato per l’epoca: sul campo da gioco indossava i calzini arrotolati alla caviglia e nella sfera privata, sovvertendo tutte le regole sociali, conviveva con una donna sposata.
Giovanissimo, dopo un rapido inizio nel Calcio Como – nonostante la diffidenza della madre che non aveva voluto che accettasse un’offerta da parte dell’Inter - nell'estate del ’62 a soli 19 anni, passa al Genova.
Due anni dopo arriva al Torino dove con la maglia numero 7 regalera al pubblico emozioni e acrobazie.
Enrico Deaglio, giornalista: “Quando Meroni va via dal Genova gli operai e i portuali di Genova protestarono vivamente.
Giunse al Torino preceduto dalla fama, quando gia’ era una star”. Gigi Meroni, da bambino, insieme con i suoi fratelli, aiutava la madre che lavorava presso l’industria tessile comasca. Il ragazzo di provincia aveva imparato presto a disegnare e cosi’ continuava a preferire gli abiti di sua invenzione, piuttosto eccentrici, a quelli comprati in serie.
A quanti gli tiravano le monetine dalla curva con il chiaro messaggio di una visita dal barbiere, a quanti lo chiamavano Calimero e lo paragonavano a uno zingaro, rispondeva con la bravura in campo.
Non mancavano, poi, le bizzarrie: da una gallina portata al guinzaglio per Torino al rifiuto di un appartamento troppo borghese per i suoi gusti e il conseguente ripiego su una mansarda piu’ piccola.
A Torino, dopo la sua morte, tutti lo piansero come un mito del calcio. Bravissimo nel gioco del pallone fu molto contestato nella nazionale del 1966, a causa di alcune discutibili scelte da parte dell’allenatore dell’epoca che lo fece giocare in partite difficili e con giocatori piu’ alti e imponenti di lui, sottraendolo dalla gloria di un match piu’ facile.
Amava l’arte e la domenica sera, quando poteva, si ritagliava uno spazio per dipingere. Un giorno sperava di realizzare una mostra personale tutta sui suoi quadri. L’artista romantico, che ogni sera faceva recapitare alla compagna una rosa, le vere emozioni le regalava sul campo: “Lui, i goal, li ricamava – racconta Sandro Mazzola – Ci siamo conosciuti a sedici anni sul campo ed e’ nata un’amicizia. Era un giocatore che inventava il calcio. Aveva un talento enorme, un artista del pallone dotato di grande tecnica e inventiva”.
Meroni mori’ a ventiquattro anni il 15 ottobre del 1967, una domenica sera in cui il Toro aveva vinto per 4 a 2 sulla Sampdoria. Insieme al suo compagno di squadra, Fabrizio Poletti, attraversando Corso Re Umberto, dove si era appena trasferito dalla "mansarda di Piazza Vittorio", fini’ travolto dall'auto del diciannovenne Attilio Romero.
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Gigi Meroni
Il ragazzo che giocava un altro gioco