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| Nel 2008 il cinema romano compie 50 anni d'essai. |
di Lorenzo Ventavoil
Nel corso del 1948 Umberto Fiandra subaffitta a Giordano Bruno Ventavoli e Giuseppe Erba la gestione del cine Teatro Romano e conclude cosi , dopo 43 anni, la sua carriera di esercente iniziata il 29 aprile 1905.
In quel giorno, infatti, Fiandra, interessato a tutto campo nel settore dello spettacolo, aveva inaugurato la sotterranea sala nella Galleria Subalpina, destinandola stabilmente alle proiezioni delle “prime film” completando un’attivita iniziata nel 1896 ad integrazione di spettacoli di varieta , intrattenimenti musicali, ecc. , con “prodigi ottici” “ pitture con la luce” e, sul finire del giugno (’96) , “esperienze col kinematografo”. Come ottimamente descritto da M.G. Imarisio e D. Surace in “Una citta al cinema”.
Le proiezioni dei primi materiali comprendenti scenette cinematografiche e la famosa Serpentine (fanciulla danzante), si susseguirono nel ’98 anno di un primo rimodernamento, cui seguirono altri restauri nel 1906, fino alla definitiva inaugurazione del 1905, ad opera appunto di Umberto Fiandra.
Nel 1911, sotto la nuova gestione di Vittorio Ghersi , nuovo riallestimento con ogni confortevole attrezzatura fino alla chiusura nel 1915 per adeguamento alle nuove norme di sicurezza e successiva riapertura il 14 ottobre 1916 con tanti investimenti da rappresentare “il piu completo stabilimento del genere con bar, sale da te, biliardi, skating” (come testimonia anche “Addio giovinezza “ di F.M. Poggioli).
Si ricordi pero che la sala sotterranea fin dall’inizio , e cioe da fine ‘800, non era che un “prolungamento” del caffe concerto del Cav. Romano sito all’aperto in Piazza Castello nell’angolo prospiciente il Caffe Baratti , molto bene frequentato nelle sere di primavera ed estate “da un pubblico elegante che affolla seralmente questo delizioso ritrovo ove le piu grandi attrazioni si susseguono con crescente successo”.
Non apparira strano percio che spinti dalla enorme curiosita per la nuovissima invenzione che giungeva d’oltralpe , tra un numero e l’altro vi facessero capolino le prime tremolanti immagini in brevissime proiezioni, per aprir la strada ai successivi e consolidati prodotti cinematografici da “Un romanzo d’amore” , “La fata primavera” ,“La prima corsa di canotti”, al memorabile “La presa di Roma “ presentato in anteprima la domenica 17 settembre 1905, (250metri) per la produzione di Filoteo Alberini.
Tutt’intorno fiorivano l’Ambrosio, il Ghersi, il Borsa, il Vittoria, il Royal, l’Itala ecc…, mentre la vita teatrale si articolava su Carignano, Trianon , Alfieri, Chiarella, Balbo, Rossini, Maffei e ,ovviamente, il Regio.
Quando pero all’inizio degli anni ’20 una prima crisi colpisce l’industria cinematografica italiana, la produzione in particolare, ma anche l’esercizio, con un susseguirsi di fallimenti, fusioni e assestamenti societari, il Romano e quasi esclusivamente riservato a spettacoli di “Varieta di prim’ordine” mentre vi si servono “la birra o l’americano o lo champagne o un caffe frappe (La Stampa 8.7.1920) e dunque i film vi sono ospitati con sempre minore continuita fino a costituire solo un completamento di programma con l’avanspettacolo, e cioe varieta + film (ovviamente non di prima visione).
Per far qualche nome.
Mentre comincia ad apparire il nome di Macario (all’Odeon) o sopravvive la Anna Fougez (al Maffei) , mentre passano la Dina Galli (all’Alfieri), Ruggeri (al T. di Torino), la compagnia d’operette Schwarz (al Chiarella) o impazza la Isa Bluette (all’Odeon) , nel piccolo palco all’aperto e poi nella sala sotterranea del Romano troviamo i nomi , oggi dimenticati del comico improvvisatore Gino Borus, la graziosissima Edelweiss, le fantaisister del Trio Edicina , e ancora il grande cantante napoletano Pasquariello, il Trio Kastelmour, Les Venecourt, e “L’acclamatissima cantante lirica dalla voce meravigliosa Elena Suavis che da l’addio al pubblico torinese , la sera del 4 giugno 1920.
Si racconta anche d’un passaggio di Primo Carnera per una esibizione, ma e difficile cogliere una qualche rilevanza del Romano negli anni ’30, se non e l’ospitalita offerta al Teatro Dopolavoro Provinciale, come segno di una non brillante attivita autonoma.
Parallelamente gode invece di grande fortuna, in Via Po’ 24, il Teatro Rossini che dal ’30 e per molti anni, ospita la compagnia di Mario Casaleggio , in riviste di pretta ispirazione locale, dovute alle penne di Ripp. Bellamy,. Arnaldi, Cavur, Barbera , Poggio, C.M. Puccini ecc.. Giova ricordare questa lunga e fortunata stagione del bravo commediante torinese poiché alla sua scuola si forma un altro popolarissimo comico che leghera il suo nome a ben 10 stagioni del Romano (chiuso per bombardamenti nel ‘43 e riaperto nel ’46) e altrettante al Maffei, e cioe Mario Ferrero.
Non v’e studente degli anni ’40 ed e raro che qualche torinese dai capelli bianchi non ricordi la straordinaria popolarita di Mario Ferrero e della sua compagnia stabile : 11 mesi all’anno, 1 rivista alla settimana, soubrette che scalano la salita al successo , soubrettine che incantano sinuose, autori che sfornano decine di copioni ispirati all’attualita locale, piccoli capolavori di scenografie povere, costumi fantasiosi, coreografie rinnovate di continuo..
Proviamo a ricordare qualche nome .
Fra le soubrette Nory Morgan (che calchera i maggiori teatri di Rivista), Anna Maria Spinelli (brava soprattutto nella recitazione), Maritza Zavart (ottima ballerina), Mirella (dalle lunghe gambe) e fra gli autori Renato Battaglia, Mario Gallucci, Pino Campioli, poi integrati dai “dilettanti” Ross e Fraro (Ugo Rossella e Franco Roberto) fra i piu prolifici e fortunati , interpreti perfetti delle qualita di Ferrero, e ancora Revolt e Pio (Lorenzo Ventavoli e Giorgio Poti) studenti cinefili e burloni, la caratterista Gina Bonetto (finita tristemente) una vera miniera di battute torinesi, e Clara Gessaga irresistibile e rotonda romanesca.
Ogni settimana Ferrero tentava di studiare il nuovo copione ma in realta conquistava il pubblico con i suoi “a parte”, i tormentoni, le fulminanti battute con gli spettatori, l’improvvisazione, in sintonia con la grande tradizione della commedia dell’arte. E per contro con una straordinaria capacita di intuire subito e di sfruttare al massimo le possibilita offerte dalla “situazione”. Era sufficiente fornirgli lo spunto, per esempio piazzarlo su un piedistallo con corazza e gonnellino romano sullo sfondo della Porta Palatina, per scatenare ondate di franche risate, oppure travestirlo da bambino che scrive un tema sulle quattro stagioni , o ancora fargli cantare parodie di canzoni famose.
Che parli del Regio o della Tredicesima, di Via Barbaroux o del tram che non arriva mai ed e strapieno, che un topolino corra sul boccascena o si travesta da Traviata, Ferrero era uno disposto a “mangiar le lampadine della ribalta pur di riscaldare subito il pubblico e trascinarlo”.
Una grande stagione , davvero, del Teatro Popolare che si chiude con il 1956, quando la Reale Compagnia Italiana proprietaria dell’immobile d’intesa con Ventavoli ed Erba, decide una totale ristrutturazione che dura circa 2 anni, implicando una revisione della sala e la ricostruzione dell’intero pavimento della Galleria Subalpina in una con la ripulitura ed il rinnovamento della galleria, conservandone pero tutte le caratteristiche architettoniche e d’arredamento.
Il 31 maggio del ’58 Vittorio Gassman con un’indimenticabile recital di poesie inaugura la nuova sala. In prima fila la grande Caterina Boratto, rappresenta in modo concreto il passaggio del testimone dagli anni ’30 e ’40 alle nuove aspettativa di fine anni ’50.
Ed infatti, tastato il terreno con il Festival dei Nastri d’Argento, nel luglio del ‘58, a settembre il Romano riparte con un programma di rigorosa ricerca e sperimentazione aprendosi alle vive voci della cinematografia mondiale, per la prima volta in Italia con una continuita e originalita di impegno che viene riconosciuto nel 1960 dalla CICAE (Confed. Internat. Cinema d’arte d’essai) facendone la prima sala italiana a potersi fregiare del marchio d’essai.
La nascita e l’affermazione di questo tipo di sala poteva aver luogo in presenza di due punti di sostegno indispensabili:
Societa di distribuzione che importassero e curassero la promozione del film d’autore stranieri o italiani accolti nei vari festival o inseriti nella tradizione classica;
Una collaborazione con la critica militante dei quotidiani o delle riviste specializzate , nonché con le varie istituzioni della cultura cinematografica cittadina .
Per il punto 1. Gli anni verso la fine dei ’50 videro proprio il sorgere di alcune piccole ma agguerrite compagnie di distribuzione che puntavano sul mercato, e quindi alle sale disponibili uscendo dal ristretto , elitario ambito dei cineclub , importando i film che si andavano affermando in vari paesi, puntando a farne l’evento , il momento di attrazione per un pubblico letteralmente famelico di cinefili in attesa.
Conviene almeno ricordare le piu coraggiose imprese del tempo a partire dalla GLOBE INTERNATIONAL FILM, presieduta da Henry Lombroso, diretta da Giovanni Sciscione e da Fabrizio Gabella.
Nata sulle rovine della filiale italiana dell’americana REPUBBLIC , la casa specializzata nei Bmovies e mandata in rovina dal suo proprietario M. Yates proprio per l’ ambizione di passare al prodotto di serie A, la Globe aveva subito scelto un prodotto di nicchia presentato nella famosa campagna “Per un cinema migliore” . Gli autori scelti dal Mizoguchi di “ I racconti della luna pallida d’agosto”, al Bergman di “Settimo Sigillo” , dal Dreyer di “Dies irae”, al Kurosawa della “Fortezza nascosta” al Malle di “ Ascensore per il patibolo” a Kon Ichikawa di “Arpa Birmana” a Resnais di “Hiroshima mon amour” , avevano subito attirato l’attenzione della critica che ne fece altrettanti motivi di straordinario interesse, trasformando ogni uscita nel momento piu importante della vita cinematografica della stagione.
La Globe si estinse purtroppo nel volgere di 2 o 3 anni, sia per la sostanziale ristrettezza del mercato dei primi cinema d’essai presenti in poche grandi citta (per esempio il Rivoli a Roma, il Delle arti o l’Arlecchino a Milano, il Roma a Bologna, il Romano a Torino), sia per l’insuccesso di alcuni film “commerciali” scelti a sostegno del listino di qualita.
Giovanni Sciscione passo a dirigere la Del Duca Italia che importo alcuni buoni film francesi e scopri il Pasolini di “Accattone”, e poi ancora il De Santis di “La strada lunga un anno” o l’Antonioni di “Avventura”.
Vale poi ricordare la Cinelatina di Egisto Cappellini (allora amministratore del Partito Comunista Italiano) e Tullio Tamaro, un uomo di altissimo livello culturale e di forte impegno politico, ai quali si dovettero il lancio del Kawalerowitz di “Madre Giovanna degli Angeli” , di Jiry Weiss con “Giulietta e Romeo e le tenebre” e il grande exploit della edizione restaurata con didascalie originali di “La corazzata Potemkin” oltre a film cecoslovacchi , romeni, documentari cinesi ecc…
Infine un cenno vada all’ INDIEFF di Angelo Besozzi (un vecchio funzionario della PITTALUGA) e Attilio Fattori ( Organizzatore di produzioni italiane) che nell’onda del successo di “Il posto delle fragole”, accompagnarono poi per anni le uscite cadenzate dei nuovi Bergman.
Assestato un reale scossone al latente mercato da parte di queste piccole realta, non mancarono a meta degli anni ’60 di comparire nei listini delle maggiori compagnie di Distribuzione alcuni autori di successo d’oltralpe inseriti tra i grandi prodotti nazionali ed internazionali .
Si mossero in questa direzione per esempio la De Laurentis che presento con grande fortuna “Jules et Jim” di Truffaut o “ Orfeu Negro “ di Camus, la EURO con “Fino all’ultimo respiro” , la Medusa con “Gioventu amore e rabbia” di Tony Richardson , o “La via lattea” di L. Bunuel, o il primo Ken Loach di “Poor Cow”, mentre le grandi firme italiane come la Lux, la Titanus, la Cineriz, portavano al successo autori che hanno fatto la storia del cinema italiano. Rossellini con “II generale della Rovere” , Viisconti in “Rocco e i suoi fratelli”, Fellini con la “Dolcevita” , De Sica con “Ieri oggi e domani”, tanto per fare qualche esempio , divennero le travi portanti del cinema nazionale contribuendo alla sua affermazione mondiale.
Per il punto 2. E’ doveroso ricordare la stretta collaborazione con i critici cittadini, in primo luogo Mario Gromo, uomo di cultura e di lunga preparazione critica a “La Stampa” , e con lui Leo Pestelli, il raffinato scrittore , notista di lingua, dotato di un gusto infallibile anche per gli autori apparentemente piu ostici. Alla Gazzetta del Popolo Pietro Pintus e poi Gian M. Guglielmino . A Stampa Sera Alberto Blandi, l’anarchico dolce e amico fraterno poi critico teatrale. Al Popolo Nuovo , Achille Valdata , enciclopedico e prezioso cultore di mille memorie cinematografiche . All’Unita Paolo Gobetti – poi fondatore del “Nuovo Spettatore Cinematografico” e animatore dell’Archivio Cinematografico della Resistenza di Torino . Animatore di infinite iniziative di ricerca e promozione e dopo di lui Nino Ferrero per molti anni attento e puntuale osservatore.
Una singolare solidissima corrente di sinergie si sviluppo poi con il CUC (Centro Universitario Cinematografico) e con il suo Presidente Gianni Rondolino, che passo all’Universita dove tenne per anni la cattedra di Storia del Cinema, vera fucina di molti attuali responsabili di Festival, Musei, Rassegne, sia come organizzatori che come storici autorevoli (ricordiamo Stefano Della Casa, Alberto Barbera, Roberto Turigliatto, Sergio Toffetti). Rondolino dirigeva in quegli anni i quaderni di C entrofilm, che in alcune occasioni uscirono in concomitanza con altri piu attesi film. Ricordiamo il numero dedicato ad Antonioni per “L’avventura”, di Franco Valobra. Quello dedicato a “Il Settimo Sigillo “ di Corrado Farina, e quello di “Hiroshima mon amour” di Piertro Pintus.
Grande interesse suscitavano infine le mattinate della domenica dedicate a riprese di film d’autore, e affidate alle presentazioni di critici e storici , fra i quali e bene ricordare Guido Aristarco, Nedo Ivaldi , Morando Morandini.
Come si vede , dalla breve citazione di societa e iniziative, gia si delinea la fitta trama delle programmazioni del Romano. Si era in sintonia con le scoperte e le affermazioni dei principali mercati europei , ed e cosi naturale che a partire dalla NouvelleVague francese con i suoi Truffaut , Godard, Malle, Chabrol, Resnais, Doniol Valcroze, Rivette ecc. ogni successo trovasse ospitalita sullo schermo del Romano.
Momenti memorabili furono infatti “Jules et Jim” , “Il Disprezzo” , “Le Beau Serge” , “Hiroshima mon amour” , “L’eau a la bouche (Le gattine)”, contrassegnati da molte settimane di programmazione , e quasi atto di preparazione per aprire la strada al Freecinema inglese, Tony Richardson di “Gioventu amore e rabbia”, e poi “Sabato sera, domenica mattina” con il grande Albert Finney, “Domenica maledetta domenica”, “The knack”, “Morgan matto da legare” , “Billy il bugiardo” , ecc.
Cosi come si faceva timidamente sentire la nuova onda praghese con il Milos Forman di “Gli amori di una bionda” e il Menzel di “Treni strettamente sorvegliati”.
Forman ritorno poi al Romano con “Qualcuno volo sul nido del cuculo” e “Amadeus”, 2 incassi indimenticabili per mesi e mesi di proiezioni.
Naturalmente arrivarono i tedeschi Herzog con “Fitzcarraldo”, Wenders con “Lo stato delle cose”, Fassbinder con “ Gli amori di Maria Braun”. Ma , in collaborazione con la United Artists, si apre la strada ad autori come il Mike Nichols di “…Il Laureato”, il Robert Wise dI “West Side Story”, il John Schlensinger di “Uomo da Marciapiede”, ed infine la indimenticabile stagione di Woody Allen di “Prendi i soldi e scappa” (per l’esattezza importato dalla Arden di Luca Scaffardi e L. Ventavoli) a “Manhattan” , “Interiors”, “Rosa purpurea del Cairo”, “Broadway Danny Roses”, giu fino agli ultimi.
Punto fisso fu poi Pasolini dopo “Accattone” , con il “Decamerone”, “I racconti di Canterbury”, “Le mille e una notte”. E il caro amico Ermanno Olmi da “Il tempo si e fermato” ad “L’albero degli zoccoli” a “La leggenda del santo bevitore” , per finire a Guido Chiesa di “Il partigiano Johnny” il cinema e stato anche e soprattutto la passione di una vita e l’occasione per stringere forti amicizie.
Con “La via lattea” di Bunuel inizio il rapporto fraterno con il suo ultimo produttore Serge Silbermann, che predilesse il Romano per “Il fascino discreto della borghesia”, “Il fantasma della liberta” e “L’oscuro oggetto del desiderio”, il saluto di Bunuel al cinema e alla vita.
1958 – 2003 : 45 anni, almeno 800 film .impossibile ricordare tutti, qualche linea d’azione e di scelta e stata tracciata ma forse saranno tanti e tanti i film che verranno ricordati soprattutto dagli spettatori, dalle centinaia di migliaia di giovani, di anziani, di gentili signore, di cinefili, che ci hanno accompagnato in questa stagione del Romano, ad essi va il nostro ringraziamento sincero, con l’augurio di stare ancora insieme per questa nuova “Triplice” avventura. Il Romano , infatti, dal 7 novembre 2003 e ristrutturato su tre sale rigorosamente dedicate al cinema d’autore.
“ Cinema mon amour”..
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